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Abbiamo spesso parlato in questo blog di quanto sia importante far capire il valore di una sana alimentazione a genitori e bambini: spesso, lo sappiamo, cercare di far mangiare ‘sano’ è una vera e propria guerra e qualche volta i tempi stretti, un po’ di pigrizia e anche qualche cattiva influenza esterna ci fanno cedere e concedere.

Prendo spunto da questo interessante articolo de Il Giornale del Cibo per portare avanti una mia piccola battaglia personale: l’alimentazione sana, senza dubbio – e, in generale, l’educazione alimentare dei nostri figli, inizia prima dalla nostra tavola, dalle nostre abitudini e da quello che serviamo nei pasti di famiglia. Ma questo esempio dovrebbe essere sostenuto da quello che i bambini mangiano nelle mense scolastiche – altrimenti almeno il 50% dello sforzo viene vanificato.

Nell’articolo di cui sopra si legge molto chiaramente come dovrebbe funzionare: un documento che sancisce i criteri di qualità, un nutrizionista che seleziona i menù, una commissione mensa che verifica e controlla. Perfetto, sulla carta.
Ma nella realtà, almeno per quelle che sono le mie esperienze, non è così. Cibi precotti, altamente lavorati e di bassa qualità, scelte discutibili (la pizza e la focaccia sono dei primi, le patatine fritte contano come verdure… giusto per citarne un paio) e spesso anche serviti freddi. Ovviamente non voglio dire che sia così in tutta Italia ed in tutte le mense scolastiche, ma ho sentito tante mamme che condividono questa situazione sia nelle scuole delle grandi città, sia in quelle dei piccoli comuni.

Perché non possiamo tornare alle mense con la cucina? Un paese come il nostro, ricco di tradizione e pieno di gente che cucina in TV, pubblica ricette, condivide foto e video di piatti in quantità astronomica, con un amore per la tavola che tutto il mondo ci invidia non riesce a capire l’importanza di avere cibo sano e fresco cucinato nelle scuole? Come faremo a trasmettere ai nostri figli la passione per il gusto e a educarli a quel piacere della tavola che alimenta anche la nostra economia se nella scuola – vi ricordo, il posto dove pranzano più spesso, il pesce è inteso come il bastoncino fritto di merluzzo e la verdura come qualcosa di insipido da mettere nel piatto come contorno solo perché è obbligatorio?

Credetemi, non è solo un problema, come sempre, di soldi. Certo, per alcuni piccoli comuni con scuole con pochi bambini, forse (forse) potrebbe esserlo. Ma nei grandi complessi scolastici dove servono centinaia di pasti al giorno non lo è di sicuro: chi lavora nella ristorazione sa benissimo che il costo del pasto non è nella materia prima ma nel servizio e nello scarto (quello che non si può più servire va buttato e un ristorante non può sapere cosa e quanto ordineranno i clienti – e quindi va contabilizzato). Ma in una mensa non è così: il menù è fisso, il numero dei pasti è certo e costante – non c’è scarto e non c’è servizio (non più di quello che c’è a servire un precotto).
Siamo una nazione di ristoratori a cinque stelle e di MasterChefs: non riusciamo proprio a organizzare una cucina in una scuola per dare da mangiare ai nostri bambini?

E’ un problema di volontà, volontà politica e civile di risolvere il problema e trovare una soluzione che funzioni perché l’educazione alimentare è troppo importante per i nostri figli e come stiamo riscoprendo che molte cose del nostro passato sono meglio del presente – e stiamo tornando indietro, così forse dovremmo fare anche sul discorso delle mense scolastiche.

Photo credit: USDAgov via Visualhunt.com / CC BY

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1 Commento

  • Ermelinda il 18 maggio 2016 alle 12:29 pm scrive:

    Ciao Vanessa, sono Linda, come hai ragione per non parlare delle fette di prosciutto spesse due dita e piene di nervi e dei preparati surgelati che vengono utilizzati per la frittata e delle patate che vengono sostituite alle verdure dopo un piatto di pasta e un secondo proteico..

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